domenica 29 aprile 2007

L'Estate Di Mio Fratello di Piero Reggiani

Verona, 1970. Il piccolo Sergio non si trova bene nel mondo e preferisce restare da solo a fantasticare. Quando i suoi genitori, durante un’estate trascorsa in campagna, gli dicono che presto avrà un fratellino, comincia a pensare la sua vita con lui e finisce per immaginare di bruciarlo vivo su una graticola. Qualche giorno dopo la madre ha un aborto ed il piccolo Sergio si trova ad affrontare le sue grandi colpe.

Pietro Reggiani, figlio del grande critico Stefano, presenta, come lui stesso ammette, per l’ennesima volta al pubblico questo suo bel lavoro. Non si tratta infatti di una prima quella di ieri in un piccolo cinema di Verona; infatti dal 2003, anno in cui è stato girato il finale del film quando tutto il resto del girato risale al 1998, Reggiani ed i suoi ormai non più tanto piccoli attori hanno frequentato l’ambiente dei piccoli festival italiani, vincendo il Bergamo Film Meeting, ed approdando a New York, dove il Tribeca di Bob De Niro ha consegnato a questa pellicola il secondo premio.
Risulta molto sconsolante constatare come questo lavoro, alla ricerca di una distribuzione da ormai quasi tre anni, non riesca a trovare nessuno disposto a lanciarlo sul mercato. Eppure, pur essendo un film a bassissimo costo (girato in pellicola, costato 200.000 euro, un’inezia), questo ha tutta l’aria di un lavoro decisamente notevole. Narrativamente supremo, questo film riesce a descrivere la vicenda di questo bambino che dà pieno spazio alla propria fantasia, non le pone limiti. Reggiani quindi confonde, sovrappone, commistiona, giustappone i due piani della realtà e dell’immaginazione di Sergio che alla fine, per forza di cose, diventeranno tutt’uno. Assolutamente da non perdere, anche se purtroppo effettivamente si perderanno, le molte scene in cui il bimbo, sguinzagliando tutto il proprio potere immaginifico, cambia la realtà, la trasforma in qualcosa d’altro, in qualcosa di onirico, ironico e certamente più vivibile.
Altro grande elemento caratterizzante il film è lo splendido paesaggio della Lessinia; la scena dell’inseguimento di Sergio al fratellino immaginario ricorda molto, per l’utilizzo degli spazi aperti e dei campi lunghi e lunghissimi, il grande John Ford. Per concludere con un velo di sottilissima polemica: questo è un film ambientato negli anni ’70 ma non è un film sugli anni ’70; questa assenza di ammiccamenti, questo lirismo e questo aver preferito Vivaldi, Litsz e Mozart nella colonna sonora rispetto a qualche hit del tempo, questa volontà insomma di non inserirsi in quest’ultimo filone di cinema italiano frivolo e di successo al botteghino è probabilmente uno dei principali motivi della finora mancata distribuzione. Sinceramente, per il cinema e per lo spirito che anima, o dovrebbe animare la settima arte, va bene così.


Regia: Pietro Reggiani
Interpreti: Davide Veronese, Tommaso Ferro, Maria Paiato, Pietro Contempo
Sceneggiatura: Pietro Reggiani
Fotografia: Luca Coassin, Werther Germondari
Montaggio: Valentina Girodo, Alessandro Corradi
Produzione: Antonio Ciano per Nuvola Film
Durata: 81 minuti

da www.nonsolocinema.com

mercoledì 25 aprile 2007

Abash, Madri senza Terra

Dal 2000 scuotono le radici della tradizione popolare salentina: continuano a farlo anche oggi, ma con un piede in terra d'Africa e i polmoni pieni del profumo mediorientale.

Gli Abash (Anna Rita Luceri, voce, Maurilio Gigante, basso e voce, Luciano Treggiari, percussioni, flauto, theremin, hang, Luciano Toma, tastiere, Paolo Colazzo, batteria, e Daniele Stefano, chitarre), capogruppo della rinata attenzione della critica musicale per la musica etno-popolare salentina, nascono nel 1998 e portano a compimento nel 2000 la loro prima opera, Salentu e Africa.
Firmato Maurilio Gigante, nel pezzo che dà il nome all'album potremmo sentire il leitmotiv di una vita trascorsa nel Salento: terra di confine, passaggio ed invasione (tre sostantivi che significano la stessa cosa; contaminazione) tra la Penisola e i vicini territori africani ed arabi, influisce sul gruppo portandolo a coltivare un eclettico prog-rock arricchito dalla salsedine del mare Mediterraneo, dalla sabbia del deserto africano e dalle spezie del vicino oriente.

Se non mancano gli spazi dedicati alla sperimentazione e al culto del virtuosismo e della tecnica pura, tuttavia questi stessi sono calati in un hic et nunc che vena ogni traccia come fosse gelato all'amarena.

E' stato così per Spine e Malelingue (2204) secondo album della formazione, è così per Madri Senza Terra, terza fatica del gruppo del giugno 2006.
Undici tracce, la cui apertura è affidata a Niuru te Core, un monologo che profuma di sabbia e sudore, in cui a confrontarsi sono due voci, una ebraica a scandire le parole di una cantilena, e una (lo scopriremo più avanti nell'album) italiana ma salentina.

L'intero album, dopotutto, è giocato sul doppio e sul contrappunto: in alcuni casi sono due voci che si rincorrono nell'epico duello maschile/femminile (Salentu e Africa, successo dal primo album), in altri sono due idiomi a contendersi una linea di voce (Maràn Athà), in altri ancora (Madri senza Terra) sono chitarre dure e solide che sembrano non voler cedere terreno ai lirismi di una solista che non demorde, tra spruzzi come acqua sugli scogli di sintetizzatori (che piacere sentire utilizzato ancora una volta un theremin) e pause delicate.

Un ottimo album, segno di un'Italia musicale in fermento, capace di guardare al di là del panorama nazionale, pur rimanendo con il cuore saldo al caldo sole della Puglia.

Da www.rockshock.it

lunedì 9 aprile 2007

Wilco, Sky Blue Sky

Nati dallo scioglimento dei cugini di campagna Uncle Tolpedo, dal 1994 i Wilco si sono contraddistinti per la ferrea volontà di innovazione e sperimentazione, spaziando dal country al rock 'n' roll, dal prog al noise

(Cd, Nonesuch, 2007)

indie, country

7/10


Se con album come A.M. (1995) eravamo costretti ad ammettere che l'influenza alternative country era indiscutibilmente presente, via via che Jeff Tweedy e soci pubblicavano tracce ci siamo trovati a fare i conti con una realtà varia e multiforme: senza dimenticare ogni volta la lezione della fatica precedente, ci hanno stupito con album come Summerteeth (1999), votato al rock Velvet Underground-style, o Yankee Hotel Foxtrot (2002), le cui vaghe (molto vaghe, a dir la verità) sonorità noise hanno portato una ventata di aria fresca per la band e tra le schiere di fan. Tuttavia, con Sky Blue Sky torna a farsi sentire l'ingombrante eredità dei primi anni novanta e delle esperienze country. Dunque, un ritorno dopo la promettente parentesi in senso sperimentale dei dischi precedenti: ampie ed assolate spianate sonore e non sulle quali il gruppo traccia leggere melodie, armonie velate di country e sintetizzatori appena accennati; così l'album si muove tra generi diversi, indie, country, folk, leggero e studiato sin nei minimi dettagli allo stesso tempo, frutto di una mente geniale in grado di spaziare in forme e dimensioni nuove.


L'apertura dell'album è affidata a Either Way, dolce e delicata ballata, forse un poco melensa ma decisamente gradevole con la spruzzata di sintetizzatori in cima; l'atmosfera cambia repentinamente con You Are My Face, seconda traccia, dai toni più cupi, leggermente power rock, specialmente nel segmento centrale, segnato da chitarre tese più che altro a saturare l'intera banda. Se cercate una traccia “bandiera” dell'album penso la possiate trovare in Impossible Germany: le atmosfere troverete negli altri pezzi ci sono tutte, un po' indie ed un po' country quanto basta. A dare nome all'album è la quarta traccia, un pezzo acustico chitarra e
batteria da ascoltare seduti in riva ad un fosso di emiliana memoria. Degne di nota Walken, in cui un trascinante piano scorta l'ascoltatore dalla prima all'ultima nota, e On and On and On, nella quale gli strumenti si fanno temporaneamente da parte per lasciare spazio ad un fraseggio assolutamente brillante della voce.

Un ottimo album, come d'altronde potevamo aspettarci dalla factory Jeff & soci; se speravate in qualcosa di nuovo, in quest'album troverete sì qualcosa di fresco, ma non come sareste portati a credere; nuovo country, folk innovativo, geniale indie.

Da: www.rockshock.it

giovedì 5 aprile 2007

I racconti di Terramare di Goro Miyazaki

Earthsea, terra di maghi e di dragoni, sta poco a poco perdendo il suo Equilibrio. I draghi combattono fra loro, il bestiame si ammala, le messi si guastano, e gli esseri umani stanno a guardare. La colpa è da attribuire a Cob, malvagio mago che, vista la morte troppo da vicino, e deciso ad evitarla a tutti costi, cerca in tutti i modi di trovare il segreto della vita eterna. Questa manifesta volontà di andare contro natura fa rivoltare la Terra nostra Madre contro la metastasi umana.

Ged, meglio noto come Sparviero, di professione Arcimago, vagabonda per le terra di Earthsea alla ricerca di una risposta a tutto ciò che sta accadendo. Sulla strada trova Arren, giovane principe parricida, in fuga dalla città natale con la spada magica della sua famiglia; il ragazzo sembra appartenere all’oscurità, i suoi occhi sono tristi e malinconici, ma dove c’è oscurità c’è il sole, e l’ombra della luce che l’ha abbandonato lo segue ovunque vada. Quando Cob esce allo scoperto con i suoi diabolici piani, l’unica soluzione per Sparviero, Aren e Therren, scontrosa e spaurita ragazza salvata dalle grinfie dei negrieri dal giovane principe, è di affrontare il malvagio negromante in uno scontro frontale.

Risulta terribilmente difficile giudicare l’operato cinematografico del figlio di uno dei più grandi filmmaker contemporanei, ma è esattamente ciò che andiamo a fare.

Una quantità eccezionale di carne al fuoco caratterizza questa splendida opera prima. Goro insiste con tenacia e passionalità su un tema tanto vasto quanto fondamentale: non c’è vita senza morte, bisogna quindi accettare l’esistenza della nera signora, e vivere l’unica vita che ci spetta appieno, per non dover fronteggiare alla fine dei nostri giorni remore o rimpianti; per fare ciò è necessario non avere paura della morte, anche se certo, un po’ di timore reverenziale è più che consigliabile, ma sopra tutto e tutti non avere paura della vita. Solo chi ha paura della vita cerca la chimera della vita eterna; vita eterna è uguale assenza di morte che è uguale ad assenza di vita. Non c’è Ying senza Yang, non luce senza tenebra, non c’è donna senza uomo, non c’è vita senza morte.

Un film di straordinaria fattura, oltre che di straordinario spunto, grazie al supporto dell’infallibile Studio Ghibli che, altro che Pixar, non ne sbaglia veramente una. Goro, esordiente assoluto, dimostra di saperci fare specialmente a livello narrativo. Centellina le informazioni su questa terra sconosciuta, incuriosendo lo spettatore man mano che il film prosegue. Lo incatena alla poltrona in un finale, è finalmente ora di dirlo, degno del padre. Caratterizza con maestria il personaggio di Arren, il più profondo e sfaccettato con la sua dicotomia che si risolve anche a livello grafico. A livello tecnico una scena su tutte merita menzione: la soggettiva finale sul volo in picchiata del drago che, pur durando pochi secondi, fa accaponare la pelle.



Titolo originale: Gedo Senki
Nazione: Giappone
Anno: 2006
Genere: Animazione
Durata: 115’
Regia: Goro Miyazaki
Sito ufficiale: www.ghibli.jp/ged
Produzione: Studio Ghibli
Distribuzione: Buena Vista International, NTV, Studio Ghibli, Toho Company Ltd
Data di uscita: Venezia 2006

Da www.nonsolocinema.com

mercoledì 4 aprile 2007

The Melvins, (A) Senile Animal

Un duo che però è un trio, formato da almeno una decina di persone. Il duo è quello di Buzz Osborne (voce e chitarra) e Dale Crover (batteria). Ci sarebbe pure un Jaden Warren al basso (il trio), ma non fateci troppo caso, i bassisti nei The Melvins non durano di solito più di un lustro (le restanti sette persone). Aggiungete ai tre eccezionalmente una seconda batteria (dietro la quale sta seduto Coady Willis) e sarete pronti per ascoltare “(A) Senile Animal”.

Nati nel 1986, influenzati dal hard core punk, dal metal di Ozzy, contaminatori del grunge di Seattle e dei Nirvana, dopo 20 anni di attività e di rispettabile sludge metal, i The Melvins mi fanno gridare al desert-rock dei Kyuss, e al loro compatto e secco muro di chitarre.
Secondo parte della critica “(A) Senile Animal” è il disco che annuncia in pompa magna il ritorno della band dal lontano “Bullhead” (1991); secondo altri, e il sottoscritto sottoscrive, con questo album i Melvins arrivano a qualcosa di nuovo, diverso dallo sludge per il quale sono celebri e dalle indigeste sperimentazioni noise o doom. La compattezza del suono è la stessa, paurosamente solida e regolare, ma si sente qualcosa mancare al di là di questo “muro”; le tracce potrebbero essere prese tranquillamente da un “Ozma” (1989) o da un “Houdini” (1993), ma mancano di mordente, forse un po' troppo “pettinate” dagli anni trascorsi. La voglia di innovare, caratteristica endemica della band tuttavia non viene meno: le voci ora si alternano (grazie a Warren, ex Karp e Tight Bros From Way Back When), mentre la batteria si sdoppia con la comparsata di Willis, già The Murder City Devils.
L'album si apre con The Talking Horse, un pugno allo stomaco di basso distorto e variazioni sul tema. Più compassato e regolare, invece, segue Blood Witch, in cui ci accorgiamo che le batterie sono due, per lo più in sincrono perfetto, che si fanno scorgere in piccoli squarci durante la traccia. Dalla prosa di decisamente più ampio respiro è invece Civilized Worm, energia lisergica o acido energico, a Voi l'ardua sentenza: come le due batterie ora anche le voci vanno di pari passo, raddoppiando l'impatto e l'esplosione al suolo, fino a culminare nell'assolo caotico e irregolare che conclude il brano. Insieme a quest'ultima The Hawk è la traccia bandiera di “(A) Senile Animal”: basso energico ed imprevedibile, batterie che contraggono matrimonio, chitarra importante ma non predominante, voci che ora si alternano ora si raddoppiano.
Se stavate aspettando questo album non abbiate timore, le vostre speranze non saranno disattese: energia pura allo stato fonico. Se invece ora siete curiosi di sentire questo cd avvertite i vicini deboli di cuore, non potrete fare a meno di alzare al massimo il volume del vostro stereo.

Da www.musicboom.it

Eragon di Stefen Fangmeier

Giusto per sottolineare che questo schifo di film alla fine l'ho recensito per davvero. ;)



Eragon è un diciassettenne orfano; vive con lo zio ed il cugino Roran ai margini di Carvahall, piccolo villaggio ai confini del vasto impero di Alagaesia. Tutto sembra scorrere liscio, almeno fino a quando Eragon, a caccia di cervi, non rinviene una strana pietra blu che scoprirà, alla sua schiusura, essere l’uovo dell’ultimo drago, o meglio dragonessa, rimasto. Il malvagio re di Alagaesia, nonchè ultimo cavaliere dei draghi vivente, nonchè assassino di tutti gli altri cavalieri, venuto a conoscenza della nascita della dragonessa Saphira sguinzaglierà sulle traccie di Eragon il terribile Durza, potentissimo stregone nero. L’unica via di scampo per il giovane sarà seguire Brom, cavaliere in pensione, in una folle fuga verso il rifugio dei Varden, i ribelli dell’impero.

Anno di grazia 2002, un noto giallista americano, Carl Hiaasen, accontenta il figlioletto e legge l’opera di un quindicenne del Montana, autoprodotta e autodistribuita in cinquecento copie dai genitori dello stesso. Lo scrittore, rimasto folgorato dal lavoro dell’adolescente, al secolo Christopher Paolini, convincerà il suo editore a farlo pubblicare. La stampa mondiale, non credendo ai propri occhi e a tanta grazia, non poteva lasciarsi sfuggire la storia di un quindicenne al top delle classifiche di vendita mondiali, e lo ha reso l’evento mediatico dell’anno. Neanche a Hollywood sembrava vero, e la Fox si è accaparrata i diritti del libro.

Ora, Eragon, inteso come libro, è palesemente il lavoro di un gran lettore di fantasy, collezione di citazioni più o meno vaghe dai capisaldi del genere. Giova ricordare che è anche l’opera di un quindicenne, con tutti i pregi e i difetti derivanti dall’avere quell’età: passione, tanto cuore, ma anche ingenuità e inesperienza. Dunque questo è l’Eragon cartaceo: adolescenziale, ma non per questo privo di fascino e di un incipiente afflato epico che caratterizza i migliori lavori del genere fantasy.

L’Eragon di celluloide, quindi, raccoglie suo malgrado l’eredità di instabilità della versione cartacea, tentando di volgere a proprio favore i difetti del libro. Per fare ciò si munisce di un cast di tutto rispetto (Jeremy Irons, Robert Carlyle, John Malkovich e la voce di Rachel Weisz) e di un dispiego di forze ingenti per quanto riguarda l’area effetti speciali. Purtroppo quasi mai il valore del totale è eguale alla somma del valore dei singoli coinvolti; il film non convince neanche per un momento. La messa in scena del poco conosciuto Stefen Fangmeier privilegia la spettacolarità e l’azione, concentrando 583 pagine di libro in poco meno di un’ora e quaranta di pellicola, tarpando così le ali al passo da grande storia epica che caratterizza il libro. Fengmeier tenta di trasmetterlo, senza riuscirci, con poche e mal riuscite scene girate con un ampio dolly nella natura più selvaggia.

Ci pensa poi la distribuzione italiana a piazzare l’ultimo chiodo sulla bara di questo film poco riuscito, affidando il doppiaggio della dragonessa Saphira alla, e non ce ne voglia, non professionista Ilaria D’Amico. Il risultato è pessimo e ci fa pensare: la versione originale è doppiata da Rachel Weisz, ottima attrice, fresca di Academy Award, mentre quella italiana è affidata ad una nota giornalista sportiva, bravissima in quello che fa, ma non certamente un’attrice. Cos’abbiamo fatto, quindi, per meritarci una così bassa considerazione da parte della distribuzione? Siamo un così cattivo pubblico? Ai posteri l’ardua, ma neanche poi tanto, sentenza.


Titolo originale: Eragon
Nazione: U.S.A.
Anno: 2006
Genere: Avventura, Fantastico
Durata: 104’
Regia: Stefen Fangmeier
Sito ufficiale: www.eragonmovie.com
Cast: Jeremy Irons, John Malkovich, Edward Speleers, Djimon Hounsou, Robert Carlyle, Alun Armstrong
Produzione: 20th Century Fox, Ingenious Film Partners
Distribuzione: 20th Century Fox
Data di uscita: 22 Dicenbre 2006 (cinema)


Da www.nonsolocinema.com

Ralfe Band, Swords

Swords, album d'esordio del trio britannico Ralfe Band, porta il folk europeo a nuovi livelli di sperimentazione vintage, tracciando un solco nella musica contemporanea occidentale.

(Cd, Skint Records, 2007)

nu-folk

8/10


Sentire un frontman parlare di quanto la sua band sia influenzata da Dylan, Waits, Sate, Beck o Captain Beefheart non mi fa guardare con troppa fiducia a chi ha pronunciato certe parole. Ma dopo aver ascoltato Swords, album dell'esordiente Ralfe Band, mi sono dovuto ricredere.

Oly Ralfe, Andrew Mitchell e John Greswell compongono la Ralfe Band, big thing londinese grazie ai singoli Albatross Walze e Fifteen Hundred Years che hanno preceduto l'uscita dell'album d'esordio. La critica ha atteso il trio sin dal 2004, anno della prima apparizione pubblica, e nel 2005, firmato un contratto con la Skint Records (la stessa etichetta, tanto per intenderci, di Fatboy Slim e Lo Fidelity All Stars), la prima opera della band ripaga dell'attesa scontata. Le speranze prodotte da questo trio non si sono rivelate semplici illusioni con l'album seguente, Woman of Japan; distribuito nell'aprile 2006, anche il secondo album prosegue sulla scia un po' visionaria ed un po' cantautorale della Band, concedendo spazio a nuove sperimentazioni dal sapore dannatamente vintage.

Costringere in una etichetta un album (ma soprattutto una band) del genere è un po' come cercare di capovolgere velocemente un barattolo pieno di marmellata: puoi essere bravo finché vuoi, ma qualcosa fuori ci scapperà sempre. L'etichetta più comprensiva, nonostante questo, è quella di album nu-folk: le parole sono le stesse del folk vecchia maniera (certo, sentire miscelati quello americano e quello dell'est europeo fa correre un brivido lungo la schiena), ma se tra un accordion ed una viola ci scappa un sintetizzatore i linguaggi sono decisamente moderni. Come dicevamo, un limite del genere non è sufficiente per una band di tale caratura: le atmosfere suscitate vanno al di là del semplice folk, e svelano quale attenzione sia stata dedicata ad una scrittura musicale semplice ma di grande effetto, mosaico di colori ed emozioni. Molto spesso mondi agresti, come esigerebbe la tradizione, ma in continuo movimento, in perpetue involuzioni e rivoluzioni, oggetto di spasmi creativi violenti ed improvvisi. In brani ad ampio respiro come Albatross Walze, un folk in tre quarti in cui la Ralfe Band riesce ad infilare suoni di giocattoli (marchio di fabbrica del gruppo) e chitarre elettriche, o Crow troviamo quelle influenze che Oly imputa all'est europeo. In altri, come Parkbench Blues, a farla da padrona sono le atmosfere, le ambientazioni, create da un'assoluta armonia di strumenti e voce, oppure, in tracce come Bruno Mindhorn, più serrate e veloci, è l'uso di sintetizzatori a tessere le trame del pezzo.

Un ottimo album d'esordio, quindi, per un trio che si è fatto attendere ed ha saputo farsi desiderare, una ventata d'aria fresca sulla scena britannica ed europea. Un'opera godibilissima e frutto di un sapiente lavoro di scrittura e di cesello per una band che di sicuro saprà (e già lo sta facendo) far parlare di sé.

Di Giulio Cisamolo